Magazine Magazine Magazine Magazine Magazine Magazine Magazine

Raggruppa

Rilevanza culturale dei brand: cosa insegnano le campagne dei Mondiali 2026

I Mondiali di calcio sono uno di quegli eventi in cui il mondo decide, per qualche settimana, di guardare nella stessa direzione. Miliardi di persone condividono gli stessi momenti, le stesse attese, le stesse delusioni e le stesse esultanze, spesso davanti a schermi diversi, in fusi orari diversi, in lingue diverse, ma dentro la stessa emozione. Per i brand, questa sincronia globale è una tentazione enorme e un rischio altrettanto grande: la visibilità è garantita, ma la rilevanza va guadagnata.

Sponsorizzare un evento di quella portata non è difficile. Diventarne parte è un’altra cosa.

Quello che Adidas ha capito sul calcio

A maggio 2026, prima ancora che i Mondiali cominciassero, Adidas ha pubblicato Backyard Legends, un racconto di cinque minuti che non assomiglia a uno spot pubblicitario. Al centro non c’è un prodotto, né una partita e nemmeno i campioni che pure compaiono in abbondanza: Messi, Lamine Yamal, Jude Bellingham, Trinity Rodman e Zidane, Beckham e Del Piero ringiovaniti digitalmente per riportarli alla loro versione anni Novanta. In più troviamo Timothée Chalamet nel ruolo di un ossessionato del calcio di strada che cerca di mettere insieme una squadra capace di battere un trio leggendario di campetti di quartiere.

La scelta del setting è la cosa più intelligente del film. Adidas avrebbe potuto costruire la sua campagna intorno agli stadi, ai tifosi, alla gloria del torneo. Ha scelto invece il campetto sotto casa, la gabbia di cemento, il parcheggio. Il posto dove il calcio inizia prima di diventare spettacolo, dove non ci sono sponsor né telecamere, solo la libertà di giocare. Il messaggio di fondo è semplice: il gioco appartiene a chi gioca libero, indipendentemente dal palcoscenico.

Quello che Adidas ha fatto, in sostanza, è prendere un sentimento che esiste già – la nostalgia del calcio autentico, la memoria del campetto, l’idea che i grandi campioni siano stati prima bambini che tiravano in una porta disegnata col gesso — e dargli una forma cinematografica. La campagna non si affida alla nostalgia da sola, che l’avrebbe resa retrospettiva. La usa come ingrediente, sovrapponendola a stelle attuali, nuovi strumenti produttivi e un messaggio sulla libertà nel gioco. Il risultato è una campagna che parla a generazioni diverse nello stesso momento, perché intercetta qualcosa di universale nel rapporto tra le persone e il calcio.

Quello che Coca-Cola ha capito sulle emozioni

Coca-Cola è sponsor FIFA dal 1978. Quasi cinquant’anni di presenza ai Mondiali potrebbero facilmente produrre una comunicazione autoreferenziale: “siamo qui da sempre, siamo parte di questo”. La campagna Feel It All ha scelto una direzione diversa.

Ogni racconto della serie aggancia il brand a una fase emotiva precisa del torneo. In Bubbling Up l’eccitazione pre-torneo si diffonde tra le persone nella vita quotidiana, contagiosa e inarrestabile, prima ancora che una partita sia stata giocata. In Uncanned Emotions sono le reazioni autentiche dei tifosi a dominare, la tensione che sale mentre la partita è in corso.

Lo spot conclusivo della campagna, No Better Feeling, segue i tifosi attraverso uno dei rituali più carichi di tensione del calcio moderno: il check del VAR. Dal momento della rete alla sospensione dell’incredulità, all’attesa del responso, all’esplosione di gioia o alla caduta nel vuoto. Coca-Cola non è presente solo come bevanda, è la compagna di quell’attesa, qualcosa che tieni in mano nel momento in cui il tempo sembra fermarsi.

La differenza tra sponsorizzare un evento e appartenergli passa esattamente da qui: Coca-Cola non interrompe la conversazione dei tifosi con un messaggio commerciale, ma ci entra portando qualcosa che il tifoso riconosce come suo.

Rilevanza culturale: cosa significa davvero

Guardando queste campagne insieme, emerge un principio che vale ben oltre i Mondiali. La rilevanza culturale si guadagna quando un brand riesce a leggere cosa sta succedendo nella vita delle persone — quali emozioni, quali rituali, quali significati — e trova il modo di contribuire a quella conversazione con un punto di vista coerente con i propri valori.

Adidas vende scarpe e abbigliamento sportivo, ma la sua conversazione profonda è con chi ama il gioco prima ancora di farne uno sport. Coca-Cola vende una bevanda, ma la sua conversazione profonda è con i momenti condivisi, le emozioni collettive, i rituali che si ripetono ogni volta che ci si siede davanti a uno schermo con le persone giuste. Entrambi i brand sanno benissimo cosa vogliono rappresentare nella mente delle persone e costruiscono la comunicazione a partire da lì: usano l’evento come amplificatore di una storia già coerente, non come occasione per costruirne una nuova dall’inizio.

Lavorare sulla rilevanza culturale di un brand significa fare una domanda che non sempre è comoda: cosa stiamo davvero rappresentando nella vita delle persone e in quale conversazione abbiamo il diritto di entrare? La risposta richiede onestà sui propri valori, conoscenza dei propri pubblici e la lucidità di scegliere i momenti giusti. I brand che provano a essere ovunque finiscono per non essere da nessuna parte. Quelli che scelgono con cura dove stare, e ci stanno con coerenza, costruiscono qualcosa che sopravvive al singolo evento.

I Mondiali finiranno. Le campagne resteranno o non resteranno. La differenza, come sempre, l’ha fatta il lavoro svolto prima del fischio d’inizio.