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Da canale a cultura: l’influencer marketing entra nell’età adulta

C’è un momento preciso in cui uno strumento smette di essere una novità e diventa struttura. Per l’influencer marketing, quel momento è adesso.

Dal 2016 a oggi il settore ha vissuto un’importante metamorfosi: se inizialmente l’attenzione era focalizzata sull’estetica e sulla visibilità dei singoli profili, oggi ci troviamo nel pieno della Creator Economy. In questo nuovo paradigma, il creator non è più solo un volto, ma il detentore del potere della narrazione. Un’evoluzione silenziosa ma profonda, che ha trasformato il modo in cui i brand parlano alle persone — e il modo in cui le persone scelgono di ascoltarli.

I numeri della maturità

I dati confermano questa direzione: nel 2025 gli investimenti in influencer marketing in Italia hanno raggiunto quota 490 milioni di euro, con una previsione di crescita del +12% nel 2026, arrivando a sfiorare i 550 milioni[1]. Queste cifre dimostrano che il settore non è più un esperimento, ma un mercato maturo con regole proprie.

Tuttavia, ridurre tutto a una questione di budget significherebbe perdere il punto più interessante.

Il vero salto: da media a fenomeno culturale

La domanda che vale la pena porsi non è quanto vale l’influencer marketing, ma cosa è diventato. Gli influencer e i creator rappresentano oggi il nuovo punto di accesso ai contenuti: sono un ecosistema culturale e, per le aziende, veri e propri media. È qui che maturano considerazione e intenzione d’acquisto, poiché i consumatori tendono a fidarsi di queste figure più che della pubblicità tradizionale.

Questa fiducia è il prodotto di una relazione costruita nel tempo su interessi specifici e linguaggi condivisi. Il creator non è un semplice megafono del brand: è una voce che il pubblico ha scelto di seguire. Al brand spetta il compito di intercettare questa voce e lasciarla parlare con la propria autenticità.

In questo contesto, entra in gioco la prospettiva delle PR. La comunicazione non è mai stata solo distribuzione di messaggi, ma costruzione di significato e reputazione. L’influencer marketing evoluto è esattamente questo: un atto comunicativo che coinvolge valori e credibilità.

Il problema della fiducia e le nuove regole

Crescita non significa assenza di sfide. Se la fiducia verso le grandi “celebrità” è talvolta altalenante, i creator verticali mantengono un legame solidissimo con la propria base. Per sostenere questo sviluppo, il comparto sta puntando tutto su trasparenza e specializzazione.

Il 2025 ha segnato tappe fondamentali per la professionalizzazione della categoria:

  • L’introduzione del codice ATECO dedicato.
  • La circolare INPS sul regime previdenziale dei creator.
  • Il Codice di condotta AGCOM, che promuove un approccio di co-regolamentazione tra istituzioni e sistema dell’autodisciplina (Il Sole 24 ORE).

Dal post alla relazione: come cambia il lavoro dei brand

Le aziende non possono più agire con logiche puramente transazionali (brief, post, pagamento). Devono puntare sulla coerenza tra i propri valori e quelli del creator scelto. La distanza tra i valori dichiarati e quelli percepiti è, infatti, il primo motore delle crisi reputazionali.

Spesso, la portata culturale supera la dimensione dell’audience: un creator con 200.000 follower fidelizzati in una nicchia precisa può generare un impatto molto più profondo di un profilo da milioni di seguaci distanti.

La sfida della misurazione

Il nodo centrale resta la misurazione dell’impatto. Cresce l’attenzione su KPI condivisi, trasparenza dei costi e brand safety. L’influencer marketing sta entrando in una fase di standardizzazione necessaria: dotarsi di metriche solide permette finalmente di dimostrare il valore strategico di un’attività che per troppo tempo è stata considerata difficilmente quantificabile.

In questo scenario, il ruolo delle PR diventa cruciale: non più semplici intermediari, ma architetti di relazioni capaci di trasformare un messaggio commerciale in un racconto condiviso. Perché nell’era della creator economy, la reputazione è la moneta più preziosa che un brand possa scambiare.


[1] https://www.upa.it/it/influencer-marketing-nel-2026-prevista-una-spesa-di-550-milioni-di-euro-12.html